Doma Nunch

 
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Notizie


Domà Nunch alla manifestazione "Stop Invasione" a Milano

Una delegazione di Domà Nunch parteciperà alla manifestazione indetta dalla Lega Nord a Milano, domani 18 ottobre 2014, per ottenere la sospensione di "Mare Nostrum".

La decisione di sostenere con una presenza fisica questa iniziativa, travalica qualsiasi altra valutazione politica. In un momento come questo, Domà Nunch ritiene che sia in gioco la sopravvivenza dei nostri Popoli. L'arrivo sul territorio dello stato di 130mila clandestini, rende il 2014 un anno record in negativo. Ciò non denuncia il totale fallimento della politica del governo, quanto piuttosto la sua complicità con le intenzioni dei poteri mondialisti.

Come Insubri, Italiani ed Europei, occorre mettere da parte ciò che ci differenzia e unirsi contro le così gravi minacce che giungono sotto la parola "immigrazione", che in realtà hanno il volto sempre più evidente di un'invasione pianificata e voluta dai nemici delle nostre genti, dei nostri territori e delle nostre specificità culturali.

 
Indipendentismo e Unitarismo. Oppure la Tradizione.

L'Indipendentismo è - di per sé - in opposizione all'Unitarismo, l'altra faccia della medaglia giacobina. Entrambi sono eminentemente antitradizionali. Prima vengono i valori su cui si fonda la comunità, poi tutto il resto.

Né l'unità, né l'indipendenza sono valori in sé, se non poggiano su valori "comunitari". Lo sono solo in un'ottica statalista. Se parliamo delle nostre realtà regionali, qualcuno può affermare che in esse si trovino i valori fondamentali di una qualsiasi nostra comunità? E non parliamo di Tradizione, ma finanche di tradizione culturale locale. Laddove le lingue locali sono state lasciate morire, in primis ciò è accaduto per mano di chi avrebbe dovuto parlarle, in quanto fondamentale veicolo ed espressione della propria identità, venduta per il piatto di lenticchie dell'effimera ricchezza pseudocapitalistica. E ancora, ciò è accaduto proprio laddove una terra non dovrebbe che ribellarsi a chi l'ha distrutta e cementificata, violentandola fin nel profondo e nella "sua" di identità. Dove sono dunque i valori identitari della nostra gente?


 
La battaglia è di ordine spirituale

La nostra battaglia non è politica. La nostra battaglia è di ordine spirituale. La nostra idea è l'instaurazione di una Repubblica Sacra retta da un'aristocrazia che abbia la sua legittimazione nella superiorità spirituale sancita dalla devozione agli Dèi.

Lo Stato italiano non è una Repubblica: uccidere i popoli italiani con il risorgimento è stato solo propedeutico alla distruzione dell'Italia come entità e come identità. Quanta invidia suscitava negli altri lo splendore dei nostri stati rinascimentali! Unire rigidamente ciò che richiedeva invece un'amorevole armonizzazione fu un regalo fatto dai traditori di sempre, i Savoia, alle potenze straniere e alla massoneria internazionale. Così, nascendo, moriva l'Italia, erede culturale naturale della grandezza di Roma.

 
Riflessioni su autonomismo ed econazionalismo Insubre

7 gennaio 2012 - L’autonomismo è una forma mentis, è un modo di essere e un derivato culturale. Si può con facilità essere autonomisti in determinati e definiti contesti, per esempio su un’isola, o in vallate montane, o in piccole e minacciate enclavi etniche. Ci domandiamo: è possibile essere autonomisti in un contesto come quello insubre? Non significa, piuttosto, abbracciare un’idea, per quanto bella e suggestiva, che però appartiene ad altri mondi, rispettabili e forse più allettanti, ma sempre “altri mondi”?

L’autonomismo oggi ci appare come un arroccamento in un ridotto di montagna, luogo che a tale arroccamento è senza dubbio preposto, dove si tratta di tutelare minoranze linguistiche o etniche circoscritte, che poco impatto hanno su grande scala, continentale o perfino statuale. Abbiamo perciò analizzato il contesto insubre, dal punto di vista culturale, storico, geografico.

Iniziamo da quest’ultimo aspetto, la geografia, il paesaggio. L’Insubria è un paese vasto, che comprende sia pianure sia zone collinari sia montuose. Se si esclude il mare, vi sono presenti praticamente tutti gli aspetti della morfologia continentale. É al centro di un’area cruciale per i traffici commerciali dal sud Europa al nord, è tutt’altro che isolato, e ipertroficamente antropizzato. Se osserviamo le aree dove il cosiddetto autonomismo ha potuto attecchire, notiamo che si tratta di zone totalmente diverse, in prevalenza montuose, dove le caratteristiche peculiari della popolazione autoctona hanno avuto la possibilità di mantenersi isolate. Non possiamo dire lo stesso dell’Insubria. Fin dalla più remota antichità è stata crocevia di scambi di ogni genere, sviluppando la sua vocazione al contatto con gli altri, non certo alla chiusura. Gli Insubri, e qui veniamo all’aspetto storico, hanno avuto, sin dalle loro origini, la tendenza allo scambio, all’espansività anche militare. Ne è esempio quello che anticamente veniva definito Impero Insubre, pur rappresentando con questo termine qualcosa di assai distante dalla mentalità di quelle popolazioni celtiche cui ci si riferiva. Assorbita poi all’interno dell’Impero Romano, l’Insubria ne diviene parte integrante, e a un certo punto dominante; destino seguito poi dagli altri paesi celtici entrati nell’orbita romana, come le Spagne e le stesse Gallie d’oltralpe. Pensiamo che nel 286 Mediolanum diventa capitale imperiale, città che molti definirono la “seconda Roma”, di poco inferiore all’Urbe e nel IV secolo destinata a soppiantarla nella guida del mondo greco- romano. Dobbiamo negarcelo? Dobbiamo negare l’evidenza? Dobbiamo scimmiottare autonomismi, nobili finché si vuole, ma adatti a popoli che ebbero una storia molto differente dalla nostra?

Non ci risulta che Valdostani e Sardi abbiano mai avuto mire espansionistiche. L’Insubria, invece, con le sue capitali in testa, ebbe sempre una vocazione imperialista. Come all’epoca dei Longobardi, cui l’Insubria diede diverse sedi primarie come Pavia, Milano, Monza. O come durante il periodo delle libertà comunali, quando Milano assurse a forza egemonica, forzando addirittura l’Imperatore Barbarossa a riconoscere le specificità insubri specialmente e lombarde in generale; e ancora, nel momento in cui l’Insubria tutta fu di nuovo riunita sotto il Biscione Visconteo e mosse alla conquista dell’intera Italia, scontrandosi spesso con l’altra forza egemonica a oriente, Venezia, eterna rivale. Il Ducato Milanese, che era in realtà l’antico Impero Insubre redivivo, fu dominante per tutto il rinascimento, invidiato in Europa per la sua ricchezza e per la sua potenza. E questo fu anche la causa della sua caduta, avendo attirato quegli appetiti stranieri che finirono per assorbirlo. Ma questo è il destino anche degli imperi più grandi o più longevi, come furono quello Romano, quello Persiano, o quello Inglese. E’ il normale flusso della storia: niente è destinato a durare in eterno.Possiamo però affermare che certe caratteristiche rimangono nei caratteri di una popolazione, nel suo DNA. Gli Insubri desiderano primeggiare, espandersi in tutti i sensi. E lo possono fare, perché, e qui sta un’altra differenza con le popolazioni a vocazione autonomista, hanno il numero. Non si tratta di centomila valligiani, ma di almeno otto milioni di persone che comprendono valligiani, cittadini, laghee, paisan...

No, non possiamo pensare realistico il rinchiudersi in spazi angusti che alla lunga finirebbero per soffocarci. A noi Insubri occorre trovare un’alternativa all’autonomismo, posto il nostro desiderio di ritrovare le nostre radici, la nostra strada, il nostro destino.

Poste queste premesse, era chiaro che il percorso seguito da altri autonomismi non avrebbe portato da nessuna parte. D’altro canto, erano forti in noi le esigenze di affermazione identitaria, culturale, storica, linguistica. Sentivamo forte la nostra appartenenza a questa Terra meravigliosa, il desiderio di salvarla dal suo squallido destino. Eravamo partiti da considerazioni di ordine religioso, che ci conducevano a un ritorno alle nostre radici spirituali più profonde, alla riscoperta del nostro legame con la natura, con il paesaggio. Vedemmo che il nostro popolo, smarrita la sua identità, aveva smarrito anche il rapporto con la propria madre, facendole violenza quotidianamente, abbruttendola e cementificandola, soffocandola e, in ultima analisi, uccidendola. Dovevamo quindi recuperare l’antico legame, riconoscendoci come appartenenti alla Terra che ci partorisce come Vera Madre. Definimmo così che tutta la Terra partecipa del concetto di madre, ma, come ognuno di noi ha una madre ben definita, con un nome e un cognome e una storia, così noi ritrovammo la nostra vera madre, il cui nome è Insubria. Considerando la nostra terra come madre, tutto il resto venne di conseguenza. Capimmo di appartenere a lei come genia da Lei nata, di essere la sua Nazione. Quando si consideri il rapporto con la Terra come quello di un figlio con la propria madre, le cose si modificano necessariamente, rispetto al moderno ambientalismo che considera ancora la terra come qualcosa da sfruttare pur se “con juicio”. Per noi il rapporto si invertiva. Non cosa la Terra poteva fare per noi, ma cosa noi potevamo fare per la Terra: nacque così il pensiero econazionalista Insubre. Dalla Terra nasce un popolo che è la sua Nazione. Tutto ciò che è generato dalla Terra è parte del suo Popolo, si tratti di uomini, animali o piante. Noi tutti siamo fratelli, la Nazione degli uomini come quella dei diversi animali e delle diverse piante, perché tutti partoriti dallo stesso utero, allattati dallo stesso latte. Tale fu, dunque, il pensiero alla base dell’econazionalismo. Ci domandammo allora in quali condizioni versasse la Nazione degli Insubri e vedemmo che esse erano pessime. La Terra era soffocata dal cemento, i corsi d’acqua ricoperti dall’asfalto, e avvelenati così come l’aria. Riconoscemmo dunque che il nostro compito doveva essere quello di diffondere la coscienza di appartenenza al Luogo, alla Terra, per poterla rispettare e amare. Pensammo che per recuperare tale consapevolezza era necessario ritrovare le nostre radici, perché anche la Nazione degli Uomini era in grande pericolo. Differentemente dagli ambientalisti, che credono che l’uomo sia comunque al di fuori della cosidetta “natura”, noi pensammo che gli uomini ne sono componente integrante e che è impensabile salvare l’ambiente senza salvare la comunità umana. Tale comunità è un insieme di storia, cultura, lingua, emozioni. Ed è questo che noi vogliamo fare. Salvare l’identità di questa comunità umana, come gli ecologisti bravi fanno quando si tratta di salvare l’anatra dal collare o qualsiasi altro animale. Salvarla dall’estinzione, perché una comunità umana può estinguersi anche non fisicamente, ma scompare quando scompare la sua storia, la sua lingua. Partimmo quindi alla ricerca di noi stessi, di noi Insubri, per capire cosa c’era da salvare di questo popolo, di questa Nazione. Ecco svilupparsi quindi la parte nazionalista. Concepimmo il nostro econazionalismo come qualcosa che servisse a riconoscere i nostri tratti e ad affermarli senza vergogna, ritrovando la nostra storia, la nostra lingua, il carattere che tali tratti esprimevano, senza sudditanze o esterofilie o necessità di essere diversi a tutti i costi. Ritrovammo gli Insubri, celti romanizzati e longobardi, fieri assertori delle libertà comunali ma con il desiderio di dominare sugli altri, che innalzarono un vessillo sul quale, accanto alla storica Bissa, ponevano un’aquila Imperiale, insieme omaggio all’imperatore e simbolo di una volontà espansionistica talvolta sopita ma mai davvero negata. Li ritrovammo con i loro pregi e i loro difetti, capaci di grandi slanci altruistici, ma gelosi della propria specificità, pronti all’accoglienza ma anche un po’ coglioni. Il nostro nazionalismo voleva disegnare e salvaguardare i tratti degli Insubri, non scimmiottare i nazionalismi di altri popoli e di altri tempi, che mai potrebbero appartenerci davvero.

Per rappresentare i nostri intenti non ci affidammo a simboli moderni o provenienti da altre realtà, ma a qualcosa di intimamente legato alla nostra storia, e prendemmo il nome di Domà Nunch, perché fosse chiaro che il nostro era un ritorno a casa, che si indirizzava a chi almeno potesse capire il significato del nostro nome. Il primo simbolo fu quello della nostra lingua, che ci identifica e afferma che, finché essa esiste, il nostro popolo è ancora vivo. Ovviamente adottammo il Biscione, ma non nell’inquartato perché il Ducale è il simbolo della Nazione Insubre, non solo di noi econazionalisti di Domà Nunch. Crediamo che sia necessario portare rispetto per i simboli prima di pensare di usarli. Ecco cos’è Domà Nunch, un progetto visionario, rivoluzionario, forse impossibile: restituire alla nostra Nazione la propria coscienza di esistere, la consapevolezza di potere e dovere decidere del proprio destino. E il sogno è che il Biscione torni a sventolare libero su tutte le nostre terre. Ma non solo. Noi crediamo che l’Insubria debba diventare un nuovo modello imperiale, che conquisti con il proprio esempio, non con le armi. Crediamo che il modello econazionalista che si dovrà necessariamente affermare in patria, debba poi essere esportato altrove, e che altri possano aggiungersi a noi, sotto l’egida del vessillo Ducale. Per questo, l’azione di Domà Nunch non si rivolge solo a quei territori che fanno parte dell’Insubria etnica, ma riconosce un legame possibile anche con quelli che fecero parte del Dominio Visconteo, e che vanno ben oltre le attuali angustie geografiche in cui versiamo.

A questo punto non credo vi sia necessità di ulteriori spiegazioni su cosa ci separa dall’autonomismo, che potrebbe vederci suoi alfieri solo per questioni tattiche, laddove un’autonomia amministrativa fosse un momento di passaggio nel nostro percorso di libertà. Tutto il possibile deve essere fatto per il successo inevitabile della pacifica rivoluzione econazionalista insubre. Noi crediamo che l’Insubria debba urlare al mondo il suo pieno diritto di sedere al tavolo delle nazioni con tutta la sua dignità derivatale da una storia che nulla ha da invidiare a quella di altri popoli. Ecco cosa vuol dire essere econazionalisti insubri: vuol dire avere la ferma e costante fede che la Bissa tornerà a sventolare sulle nostre terre, quale simbolo della loro redenzione storica e spirituale, lei, quella gloriosa “vipera che’l milanese accampa” e che ancora tornerà ad accampare.

 
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