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Maroni e il Risiko dei “cantoni” sono destinati al fallimento.

Qualche giorno fa il presidente della Regione Roberto Maroni ha lanciato sulla stampa un progetto di riassetto istituzionale del territorio lombardo, che, nella sostanza, dovrebbe anticipare o adeguarsi alla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. L’uscita ha unicamente il valore di una boutade inserita in quella sterile dialettica tra supposte autonomie locali e stato centrale, cui Maroni ci ha abituati dal tempo del suo insediamento. Dalla promessa di una rivoluzione fiscale impetrata  sullo slogan “il 75% delle tasse resteranno in Lombardia”, si è passato presto a toni ben più blandi ma sfasati su un piano di schizofrenia geo-politica, attraverso la “Macroregione del Nord”, poi detta “Alpina”, saltando per vari gradi di un’ancora impalpabile iniziativa referendaria per l’autonomia, e infine alla proposta di importare dei “cantoni” alla svizzera ma interni alla Lombardia istituzionale.

Maroni paga una debolezza insita nel suo percorso politico personale e non riesce a trovare una  collocazione retorica altra a quella di insipido uomo delle istituzioni: non ha per niente il barlume visionario che fu del seppur inconcludente Bossi, e non si è mai ritrovato in quei panni di leader totalmente inserito (e figlio) della contemporaneità che è diventato Salvini.

Quest’ultima novità che vuole la sostituzione delle 12 provincie con 8 cantoni, può risultare strategica solo in quanto tale, ovvero nella sua forma di azione di disturbo giornalistico, e pro domo sua, ovvero del suo proponente.  E’ funzionale alla necessità di Maroni di mantenere una presenza sulla stampa e lanciare un gridolino a Renzi per segnalare la sua presenza; ma non potrà avere nessuno sbocco pratico.

Due sono i motivi: il primo, è di carattere istituzionale. Il peso specifico reale della Regione in rapporto allo stato centrale è minimo. Non esistono nemmeno lontanamente la condizioni per le quali la Lombardia possa proporre e mettere in pratica politiche territoriali altre rispetto alle indicazioni del Governo. L’abolizione delle Provincie, seppur eseguita con tutte le incompletezze e le incoerenze tipiche della burocrazia italiana, è già avvenuta da tempo tramite la riforma Del Rio. Gli enti sopravvivono sulla carta, ma sono ormai stati svuotati di ogni competenza, a parte qualche minimo potere residuale circa la pianificazione territoriale e l’edilizia scolastica.

Su questo campo, Maroni ha già fallito. Cambiare definizione alle residue macerie amministrative non servirà a farle diventare degli strumenti utili al cittadino e, in ultima analisi, dei luoghi efficaci a un ipotetico piano di riappropriazione del potere politico reale. La presidenza leghista è stata di una piattezza assoluta e ogni minaccia a Renzi non si è mai incarnata in alcuna forma di vera protesta, istanza che avrebbe anche potuto essere apprezzata e perseguita da una parte dei cittadini lombardi. D’altronde, prendersi carico dell’organizzazione dell’Expo, così da contribuire in modo decisivo nel dimostrare il teorema di Renzi che “l’Italia ce l’avrebbe fatta”, era già un impegno a tempo pieno.

Il secondo motivo per cui la proposta Maroni è insensata, è più sottile, e ha ragioni storiche. La creazione di “cantoni” può sì strizzare l’occhio alla Svizzera - modello insuperato di autogoverno e indipendenza - ma risulterebbe in una serie di scatole vuote dai nomi altisonanti. Nella Confederazione, ogni cantone ha una sua costituzione, un suo parlamento, un suo governo e suoi organi giurisdizionali. Tutte le competenze non attribuite esplicitamente a Berna sono esercitate localmente. I comuni stessi, hanno molto più potere, in primis in ragione fiscale, rispetto a quello che la stessa Regione ha nei confronti dello Stato italiano!

Maroni non può costruire nulla di neanche lontanamente simile al modello elvetico. Non ha il coltello dalla parte del manico. Anzi, non sa neanche dove sia il coltello.

I cantoni del “governatore” lombardo, nella loro sostanza e nei loro confini, assomigliano molto più agli artificiosi Dipartimenti giacobini che già la Lombardia dovette sorbirsi durante l’occupazione napoleonica. Nondimeno, ricordiamo che la Provincia è un’istituzione che nasce insubre e lombarda, e solo a fine Ottocento fu estesa formalmente al nuovo Regno d’Italia sabaudo. Lo Stato di Milano, e nello specifico il Ducato, era composto da Comitati Rurali (Martesana, Seprio, Como, Lodi, Lecco, ecc.), che Giuseppe II d'Asburgo riformò, senza mutarne di molto i confini storici e il significato amministrativo, nelle Provincie lombarde, che ritroviamo poi nel Regno Lombardo-Veneto. La provincia di Varese, per esempio, è sostanzialmente erede del Comitato del Seprio, anche nella sua ultima riedizione del 1927.

Se Lodi e Lecco hanno ottenuto lo status di Provincia negli anni ’90 dello scorso secolo, è anche perché queste città e loro rispettivi contadi, già avevano una storia territoriale importante; tutti ricordiamo come fu più problematica la delimitazione della Provincia di Monza e della Brianza, creata solo 12 anni fa, e che infatti non rispecchiava ne l’antico Contado della Martesana, né la Brianza in toto.

Ora Maroni, leggendo la carta diffusa dalla stampa, riunirebbe Varese con Como, che già la storia aveva separato, invocando un’Insubria alla minima potenza, decapitata di Milano, perseguendo il fallimentare disegno che fu della “Regio Insubrica” di un ridotto pedemontano e prealpino. Anche Monza non dovrà aver più nulla da spartire con la metropoli lombarda, e si accompagnerebbe a Lecco, compiendo l’inarrivabile record di portare la Brianza fino a Colico. Gli stessi leghisti si sono chiesti perché – a questo punto – non avrebbe avuto più senso ritornare a sposare Lecco con Como, come era fino a una ventina di anni fa, ufficializzando quell’ininterrotta serie di relazioni culturali ed economiche che ha sempre unito le varie sponde del Lario.

Lodi tornerebbe a Milano, con buona pace dei lodigiani, ma diverso il trattamento per cremonesi e cremaschi, destinati non a unirsi come il buon senso vorrebbe con i milanesi e/o in parte coi bergamaschi, ma con i mantovani.

Ovviamente, in questo Risiko lombardo, nessun aggiustamento dei confini in senso identitario è stato neanche considerato. Novara e Verbania continueranno a essere amministrate da Torino, ignorando le diverse e eterogenee voci, culturali, politiche e di iniziativa civica, che in questi ultimi anni hanno raccolto la volontà di una riunione alla Lombardia in un’ottica di rifondazione della Comunità Storica Insubre.

Dunque gli ipotetici "cantoni" di Maroni non assomigliano per niente a delle istituzioni tradizionali e territoriali. Il concetto di Res Publica non si può realizzare perseguendo questi modelli giacobini: al contrario, la loro affermazione porta alla disgregazione delle comunità fondanti la Nazione, private della propria identità e regredite a mero dato demografico.

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