Doma Nunch

 
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Notizie


Domenica 18 giugno: i libri "Paesi scomparsi d'Insubria" e "Milano celta" a Saronno (VA).
La prossima domenica, un nuovo appuntamento con la nostra identità. Presentiamo due volumi, con i rispettivi autori, dedicati ad aspetti poco conosciuti del territorio milanese e insubre.

Gianluca Padovan, con "Milano celta: le tre fortezze" raccoglie e analizza numerosi dati storici, archeologici e architettonici, andando a scoprire le radici preromane della metropoli: tre antiche strutture fortificate che, pur essendo state sotto gli occhi di tutti, sono state studiate e comprese dall'autore. In particolare, l'impronta di un dunum nella zona di Porta Ticinese, che ha aperto nuove strade per la comprensione delle origini di Milano.
Matteo Colaone, con "Paesi scomparsi d’Insubria. Wüstungen medievali tra Milano, Adda e Ticino" affronta invece la storia medievale portando a casa nostra un tipo di studio interdisciplinare già sperimentato all'estero, ma ben poco in Italia, ossia la ricerca dei villaggi abbandonati e distrutti. Esaminando le fonti e la topografia, Colaone individua quasi un centinaio di paesi che esistettero secoli fa proprio nel nostro territorio, oggi iperurbanizzato e sempre più difficile da “leggere”.
Due saggi di particolare importanza, che stimoleranno nel pubblico il miglioramento della conoscenza del nostro passato e idee per costruire un nuovo futuro.
Domenica 18 giugno 2017, dalle ore 21
Storia, identità e territorio
Intervengono:
Gianluca Padovan, autore del libro "Milano celta. Le tre fortezze."
Matteo Colaone, autore del libro "Paesi scomparsi d'Insubria"
c/o Villa Gianetti
via Roma, 20
SARONNO (VA)
I libri saranno disponibili durante la serata. Vi aspettiamo numerosi.

 
Pieno sostegno alla missione Defend Europe!

Generazione Identitaria ha lanciato la missione di soccorso europea Defend Europe sul Mediterraneo con l'obiettivo dichiarato di difendere l'Europa e allontanare le navi-trafficanti delle cosidette ONG "umanitarie" dalla costa italiana.
Abbiamo seguito con attenzione il boicottaggio operato dalle piattaforme globali di pagamento digitale, come Paypal; il crescere delle donazioni operate da migliaia di persone a supporto del progetto; i tentativi della stampa di ridicolizzare la missione e darla per conclusa a Cipro. Finalmente, in queste ore la nave C-Star sta entrando appieno della sua missione.

Domà Nunch, così come già espresso dagli amici di Azione Identitaria, dichiara la piena solidarietà a questa iniziativa. Continueremo, per quanto ci è possibile, a donare per far sì che la missione Defend Europe prosegua nel modo più ampio e incisivo.

* * *

Ecco il link per sostenere la missione eseguendo una donazione:

https://www.wesearchr.com/bounties/defend-europe-identitarian-sar-mission-on-the-libyan-coast

 
Rivoluzioniamo l’idea di cittadinanza: oltre lo Ius sanguinis e lo Ius soli.

L’uguaglianza dei diritti politici e civili tra individui è un’invenzione moderna, della quale Ius sanguinis e Ius soli sono facce della stessa medaglia. Nella nostra prospettiva econazionale solo il servizio può garantire la cittadinanza.

 

Cittadinanza” è la civitas latina, da civis[1], “cittadino”, ma semanticamente comprensibile a noi solo se sondata nella sua radice indoeuropea *ḱey-, che indica i verbi “sdraiarsi”, “stabilirsi”. Possedere la cittadinanza era dunque, in origine, sinonimo di legame territoriale e fisico. La giurisprudenza ne fece il simbolo dell’unione solidale tra i singoli e il loro costituirsi in un corpo concreto con obblighi e diritti ben definiti. Un valore pregiato, che, per definizione, non appartiene allo straniero se non come dono, concesso per gradi, oculatamente e per merito.

Nelle nostre forme statuali antiche, l’estensione dei diritti politici e/o civili a una qualsiasi entità prevedeva che essa stessa sostenesse l’onere della prova della bontà di tale operazione. L’acquisizione della cittadinanza da parte di un individuo, comunità, città o provincia imponeva un’azione giurisprudenziale (e dunque sacra) il cui peso gravava su chi aveva il potere di eseguirla, ossia sul governo stesso dei cittadini, il cui dovere era, innanzitutto, la difesa dello status quo ante. Era inoltre consueto, come ad esempio nella Roma repubblicana, che la cittadinanza si esprimesse a livelli diversi, corrispondenti ad altrettanti diritti, e che solo tramite il completamento di un intero percorso si arrivasse alla civitas optimo iure, ossia alla piena cittadinanza; allo stesso modo, le pene conseguenti a reati erano adattate alla posizione giuridica del cittadino[2].

Ai nostri giorni, la cittadinanza italiana è intesa come il possesso in pienezza dei diritti civili e politici espressi dalla “Repubblica Italiana” dal 1946. Fatte salve alcune particolarità, ormai quasi obsolete per questioni storiche, la cittadinanza si può ottenere soddisfacendo alcune condizioni, che qui appuntiamo: 1) secondo lo ius sanguinis, ossia automaticamente, per il diritto proveniente da un legame parentale diretto, ovvero nascendo o essendo riconosciuti o adottati da almeno un genitore già in possesso della cittadinanza; 2) per elezione: nascendo nel territorio italiano e risiedendovi ininterrottamente fino ai 18 anni; 3) per naturalizzazione, dopo un periodo variabile tra i 3 e i 10 anni di residenza legale, a secondo e in presenza di specifiche situazioni; 4) per matrimonio con un cittadino italiano, sempre in presenza di cdeterminati termini. Fino al 1° gennaio 2005, era inoltre possibile chiedere la cittadinanza italiana dopo aver prestato il servizio militare o civile: la sospensione dell’obbligatorietà di questi ha comportato il venir meno di questa opzione[3] peraltro, a differenza che in altri stati europei, sempre poco sfruttata in Italia. Per esempio il padre di Emil Zolà e, più recentemente, il padre dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy ottennero la cittadinanza francese grazie al servizio nella Légion étrangère.

Ad oggi, ognuno degli itinera esistenti per l’ottenimento della cittadinanza cela mancanze dal punto di vista ideale. La nascita da genitori italiani, che è ancora la situazione più normale e comune, permette di acquisire quasi totalmente i diritti civili e politici a 18 anni e, totalmente, al compimento dei 40[4]; nondimeno, lo ius sanguinis non soppesa il contributo fornito allo Stato (o alla comunità locale) dal singolo cittadino, i cui diritti sono completamente identici a quelli di ogni altro cittadino di pari età. Pertanto questo meccanismo ignora, per esempio, il carico di condanne per reati (con eccezioni riguardanti solo quelli molto gravi), e prevede limitazioni solo a quella minoranza che è soggetta a misure di prevenzione, detenzione, libertà vigilata, di divieto di soggiorno o per la quale è stata stabilità l’interdizione, spesso temporanea, dai pubblici uffici. De facto, la cittadinanza (e il diritto di voto) permane anche per la maggior parte dei detenuti; e, in sostanza, il cittadino che si impegna per la propria comunità, lavorando oltre che per sé stesso e la propria famiglia, anche in attività di volontariato, di politica, di cultura, ha gli stessi diritti di chi non ha mai svolto alcuna di queste azioni, o – peggio ancora – di chi ha provocato danni ad altri o al patrimonio pubblico.

Per analogia, il sistema attuale non richiede a chi ha acquisito la cittadinanza per elezione, naturalizzazione o matrimonio, di essere tenuto a espletare alcun servizio, fosse esso per la comunità in cui risiede o per lo Stato. In altre parole, qualsiasi sia la ragione di ottenimento, la cittadinanza italiana si conferisce sempre in modo automatico e passivo, ovvero per nascita o tramite l’attesa dello scadere di un certo lasso di tempo.

Tale questione etica mette in luce come il dibattito circa il mantenimento dello ius sanguinis o l’introduzione di uno ius soli sia, per noi di Domà Nunch, un dato superabile e superato. La differenza tra le due soluzioni, e tutte le loro possibili interpolazioni, si riduce, eventualmente, a quanto si dovrebbe ridurre o allargare le maglie per la concessione di questa forma di “cittadinanza passiva”, preceduta da nessuna azione buona e  concreta. Se lo ius sanguinis poteva essere adatto a quelle forme statuali ottocentesche, di transizione tra comunità  “tradizionali” fondate su valori medievali e le “nazioni” moderne, esso nacque come semplice fotografia della consuetudine, ossia del passaggio ereditario di diritti tra persone della stessa etnia o popolazione. Tanto quanto lo ius soli, che rende cittadino qualsiasi essere umano solo per essere stato partorito in un dato territorio, tale approccio non è più né efficace né logico in contesti geopolitici aperti, come lo sono (volenti o nolenti) la maggioranza degli stati europei occidentali di oggi, resi privi di valori, confini e sovranità. Fatta questa considerazione, i sostenitori dello ius soli, scelgono questa opzione non tanto poiché vi vedano un qualche fondamento logico o un fatto giuridico sinceramente condivisibile, ma perché rappresenta, tra i due diritti, quello più incondizionato e vicino all’ideologia globalista e anti-identitaria che professano.

Sia lo ius sanguinis che lo ius soli sono invenzioni del XIX secolo. Essi non hanno, se non nell’uso di locuzioni latine, nessuna relazione con forme di diritto tradizionale antecedenti la modernità. In ultima analisi, entrambi gli ius condividono la stessa logica di natura egualitaria che si ritrova nella “Costituzione” del ’46[5] così come  nella “Dicharazione dei Diritti dell’Uomo”, coeva invenzione dell’O.N.U., organizzazione voluta, pro domo eorum, da USA e Regno Unito per il governo del mondo post-bellico[6]. Questi fatti sono frutto di quel processo pervasivo di diffusione di una “religione laica globale”, ideologia idolatra alla quale negli ultimi anni è stata data una drammatica accelerazione. L’egualitarismo è una filosofia auto-fondante e auto-fondata sulla sua stessa caratteristica di presunta universalità e inviolabilità. Il suo innesto nella cultura e nelle istituzioni ha diffuso una falsa idea che tende all’annullamento di ogni differenza e valore tra individui, comunità, etnie, popoli e razze, in cambio di vaghi diritti proclamati “naturali” e metafisici - guarda caso - per lo più coincidenti ai principi condivisi dalle tre grandi religioni monoteiste e creazioniste. La propaganda di queste idee, inoltre, trasforma la loro difesa in una crociata messianica, che produce contrapposizioni ideologiche all’interno delle comunità ed è responsabile essa stessa di manifestazioni d’intolleranza e conflitti, il cui unico prodotto un mondo distopico composto di individui uguali e quindi intercambiabili, facilmente governabili poiché ridotti a “numero” e non valutati per la loro qualità. Per ragioni come queste, la cittadinanza moderna è un gigante dalle gambe di carta, poiché si basa su formule di linguaggio persuasivo, non sostanziate da un dato vero e mancanti di una giustificazione di ordine sacro.

È dunque giusto partecipare a questa ennesima divisione tra tifoserie e sostenere il mantenimento dello ius sanguinis o l’introduzione dello ius soli puro? Noi econazionalisti crediamo fermamente di no. Noi crediamo che se una forma di cittadinanza debba esistere, essa debba essere un valore; e che essa debba essere guadagnata tramite l’impegno e l’amore per la propria Patria. Cosa garantisce che questo sforzo si realizzi coscientemente? Il servizio.

Si è sostenuto che, sotto Tiberio, un immigrato potesse divenire cittadino se avesse servito per sei anni le Cohortes Vigilum, il corpo che di vigilanza notturna e protezione degli incendi; che Claudio avesse concesso il privilegio a chi avesse armato una nave carica di grano da trasportarsi a Roma; che Nerone desse la cittadinanza a chi avesse portato decoro nell’Urbe costruendovi una casa; che Traiano considerasse romani quegli stranieri che avessero costruito un mulino e vi macinassero ogni giorno almeno cento moggi di frumento. Lasciamo agli storici di professione verificare quanto precise siano queste testimonianze; di sicuro, l’ottenimento della cittadinanza succedeva ad un atto gratuito che avvantaggiasse la Res Publica.

Allo stesso modo, noi di Domà Nunch, vogliamo che il percorso che porti il singolo al traguardo della piena cittadinanza sia contraddistinto dal dedicare il proprio tempo, fatica e intelletto alla cosa pubblica. Questo servizio, per esempio, potrebbe essere quello svolto al compimento del 18° anno d’età, anche indistintamente tra maschi e femmine, lavorando per un periodo pre-determinato nell’organizzazione militare o civile, così come del resto si faceva fino a poco più di un decennio orsono.

Dopotutto in Italia, come nella stragrande maggioranza degli stati, prima della maggiore età, il cittadino possiede già in potenza i propri diritti politici (ancora una volta, deve solo attendere), mentre può iniziare a utilizzare quelli civili. Tutto ciò è concesso senza alcun obbligo (a parte quello di frequenza scolastica, la cui diserzione comunque non preclude l’accesso al voto in futuro!). Il minorenne dovrebbe invece essere considerato all’interno di un istituto di diritto precedente a quello del completo cittadino; solo col passaggio alla maggiore età, simboleggiato dal servizio pubblico cui si sottoporrebbe, lascerebbe questo status; allo stesso modo, l’ospite straniero, qualora abbia avuto accesso legalmente al territorio statale, potrebbe, date alcune condizioni, avere la possibilità di svolgere tale servizio, e, al suo termine, chiedere la piena cittadinanza.

Un percorso come quello accennato, si potrebbe ricalcare con altre modalità  e adattamenti per i coniugi stranieri, per i naturalizzandi, per i figli o nipoti di italiani emigrati che decidano di rientrare in Patria. Tali processi agirebbero in modo molto più sottile di quello che apparentemente sembra solo un pegno da pagare: gli effetti generali supererebbero la dimostrazione da parte dell’individuo della propria volontà e disponibilità a donare il proprio tempo per un premio meritato; il sistema, così come succedeva in età romana repubblicana, rivoluzionerebbe la rigida contrapposizione tra “cittadino” e “straniero” dando senso a nuove posizioni intermedie fondate sul significato valoriale dell’assimilazione del nuovo arrivato (sia esso tale anagraficamente o etnicamente), il cui epilogo può essere la piena cittadinanza. Essa diviene quindi elemento di giudizio, positivo o negativo, da parte della comunità (locale, regionale, statale) nei confronti del singolo. Inoltre, automaticamente, l’esistenza di istituti di cittadinanza così articolati e sfumati, necessiterebbe la produzione di regole precise: stabilire chi appartenga o meno alla comunità non può prescindere da una disciplina che normi l’accesso e i valori interni alla comunità stessa.

Da queste idee, a cascata, ne verrebbero indicazioni sulla gestione di casi particolari: per esempio, se un padre lavoratore diciottenne, dimostrasse la validità della propria azione quotidiana in seno alla famiglia e al paese dove risiede, potrebbe vedere equiparato questo impegno al servizio civile; oppure un infermo, dotato di capacità intellettive o tecniche tali da conferire prestigio con i propri lavori, potrebbe avere lo stesso merito di chi invece ha avuto la possibilità di agire fisicamente sul campo.

Un tale concetto di cittadinanza dovrebbe avere radici dalla comunità locale e quindi evolversi fino ad essere riconosciuto dallo stato, una volta completatosi appieno. Un esempio attuale di questa pratica ci viene dalla Svizzera, dove la cittadinanza si articola in tre livelli, l’uno esistente solo in conseguenza del precedente: la cittadinanza del Comune, del Cantone e della Confederazione. Le comunità locali registrano separatamente le persone che attengono al Comune, ossia che sono cittadini per diritto di sangue[7], da quelle che solo vi abitano e che quindi sono cittadini giunti in paese da un luogo altro; è possibile, in casi particolari, che uno svizzero sia cittadino contemporaneamente in più di un Comune. Il modello elvetico prevede inoltre ed esplicitamente (a differenza di quanto accade in Italia) che un naturalizzato dimostri, sottoponendosi a un colloquio con i rappresentanti della comunità locale, di essersi integrato con la vita in Svizzera, abbia familiarità con le abitudini, i costumi e le tradizioni, sia conforme alla legge e non costituisca pericolo per la sicurezza della Confederazione. Da ultimo - e qui si chiude il cerchio - tutti i cittadini maschi sono obbligati ad eseguire il servizio militare, che è svolto su base periodica fino ai 30 o ai 50 anni, in dipendenza del grado ottenuto.

Il confronto con l’Italia, dove vige la “cittadinanza passiva”, non regge. Ma la Svizzera non è l’unico stato europeo dove la pienezza di diritti va sudata: in Danimarca, dove la cittadinanza si ottiene superando un test, circa il 70% degli applicanti fallisce: Inger Stojberg, ministro all’Immigrazione, Integrazione e Casa, dichiarò nel 2016 che essere danesi è qualcosa di «davvero speciale» e che «la cittadinanza è qualcosa che va guadagnato»[8].

Curiosamente, una proposta di offrire agli immigrati la cittadinanza in cambio del servizio militare venne riportata dai quotidiani nel 2013[9], dall’allora Ministro alla Difesa del Governo Monti. L’idea trovò sostegno dalla sinistra e opposizione netta da parte della Lega Nord. Noi abbiamo spiegato come l’idea possa avere un suo fondamento, ma solo se inserita in un modello rivoluzionario nel quale la cittadinanza smette di essere un  privilegio e torna ad essere un onore.

 



[1] ll diritto romano, almeno a partire dal III-II secolo a.C., distingueva tra cives, da un parte e hostes e peregrini dall'altra. Solo i cives potevano contrarre iustae nuptiae e disporre dello ius commercii e dello ius suffragii, ovvero l'insieme dei diritti politici.

[2] È emblematico il caso di Paolo di Tarso che, durante i suoi viaggi, si annunciava come cittadino romano per non intercorrere in problemi con la giustizia locale; nel secondo processo a suo carico eseguito dai Giudei, egli si appellò direttamente al giudizio dell'imperatore, suo diritto in quanto cittadino romano.

[3] [http://www.esteri.it/mae/it/italiani_nel_mondo/serviziconsolari/serviziomilitare.html]

[4] Si deve infatti attendere i 25 anni per esprimere il voto attivo al Senato della Repubblica, e 40 per quello passivo.

[5] Art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

[6] Art. 1: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”.

[7] Il passaporto svizzero non riporta il luogo di nascita, ma il luogo di attinenza. Questo dato è significativo del fatto che per molti svizzeri il paese di nascita sia considerato un dato accidentale, in subordine al luogo dove sono spiritualmente conservate le radici famigliari, il più delle volte quelle paterne.

[8] [http://www.ilpost.it/2016/07/08/danimarca-test-cittadinanza/]

[9] La Stampa, Mauro: “Cittadinanza italiana in cambio del servizio militare”, 28/12/2013.

 
Il Servizio garantisce la Cittadinanza

 

 

Se avessimo scritto questa riflessione un anno fa, avremmo detto di essere favorevoli all’accoglienza per i profughi di guerra: certamente non per i clandestini in cerca di fortuna, ma, per i profughi, sì.
Ma oggi le cose sono cambiate: oggi possiamo dire che siamo stati presi per il culo abbastanza dai "nostri" politici e dall’Unione Europea! Costoro ci hanno fatto accogliere, insieme, immigrati economici, terroristi e profughi... in un cocktail indigeribile che abbiamo solo voglia di vomitare!
Oggi non vogliamo più nessuno straniero all’interno dei nostri confini: a noi non importa niente dell’integrazione da salotto che porta benefici solo ai migranti e agli amici delle ONG e dei potentati.
Voi pensate allo Ius Soli. A noi non frega nulla nemmeno dello Ius Sanguinis! Noi crediamo che un cittadino debba guadagnarsi i diritti politici con l’impegno e l’Amore per la sua Patria. Figuriamoci questi quattro disperati che sono arrivati con un barcone un anno fa! O i loro figli solo perché nati sul nostro Suolo…
Forse uno può dirsi cittadino solo perché è figlio di Italiani? No! Uno è cittadino perché si batte per la Res Publica!!!
Voi continuate pure a pensare che questa democrazia sia il migliore dei mondi possibili. Noi ci batteremo perché comprendiate che il migliore dei mondi possibili è un Impero Europeo in cui i cittadini abbiano sì il sangue... ma anche le palle!

 
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