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Notizie


Referendum autonomia: un “Sì” con ragioni identitarie

Referendum autonomia: un “Sì” con ragioni identitarie

Per il referendum per l’autonomia del prossimo 22 ottobre, Domà Nunch indica il “Sì” come voto dal significato politico e simbolico.

 

Le ragioni di questa scelta non stanno tanto nella fiducia nella riformabilità istituzionale dello Stato italiano, circa la quale abbiamo più volte esposto la nostra posizione; nemmeno esse riflettono un nostro appoggio disincantato alle politiche condotte dalla Regione Lombardia, per le quali abbiamo una lunga memoria, in particolare in ambito ecologico e culturale. E anche Roberto Maroni dovrebbe fare molto di più per guadagnarsi la nostra completa stima: le sue promesse elettorali (75% delle tasse in Lombardia!) sono state belle bandierine che non sventolano più; per non parlare delle proposte “riformatrici”, così scialbe e strampalate, da finire subito cestinate.

Quali sono quindi i motivi per votare “Sì”? Sicuramente un dato di fatto, che pur avendo esiti economici, ha radici più profonde e rispecchia e distingue la naturale fisionomia dei lombardi: la necessità di fare, fino al sacrificio e all’abnegazione. È per questo che sosteniamo un residuo fiscale quasi 7 volte maggiore dei tanto euforici catalani e 36 volte più pesante di quello dei perfetti  bavaresi. L’idea del lombardo soggiogato dalle tasse e costretto a ricevere servizi mediocri non è un’invenzione o uno stereotipo, ma una realtà indiscutibile. Già questo basterebbe a dare carta bianca a chiunque avesse perlomeno l’intenzione di cambiare i rapporti tra territorio e Stato centrale.

Ma le preoccupazioni di noi lombardi e insubri, in comunanza con i veneti e gli altri popoli dell’Alta Italia, possono andare oltre il problema economico. È utile, dopo troppo tempo, tornare a dimostrare che, al di là dell’aspetto tecnico, della forma del quesito, della capacità che avrà Maroni di utilizzare l’esito del voto per intavolare una trattativa, la Questione Settentrionale esiste ed è ancora irrisolta. Solo quando la “repubblica italiana” sarà costretta a confrontarsi con essa, si troverà nuda davanti alle sue originarie contraddizioni e - a quel punto - si potrà agire per fondare delle vere Repubbliche basate sulle virtù civiche che il Nord ha così ben espresso sin dal Rinascimento.

Sì, è un referendum politico. Il resto sono balle. I lombardi hanno un’occasione per superare la contingenza e dare un segnale di unità popolare. Orgogliosamente, dobbiamo fare pesare allo Stato quei comportamenti onesti, quella mentalità collettiva - che parte delle singole famiglie, passando per i nostri paesi e si raccoglie in una comunità etno-culturale che contiene 1/6 degli abitanti dello Stato: distinta, eccezionale, unica in Italia e in Europa. Facciamo sentire il nostro radicamento che necessita e aspira a modelli politici e istituzionali opposti a quelli degli stati-fantoccio contemporanei.

Perché in noi, Insubri, Lombardi, vige ancora la Maestà, poiché sentiamo di appartenere a una gente civile; la Fedeltà, per la fiducia che poniamo reciprocamente tra cittadini; il Dovere, perché la nostra condotta è degna e seria. Esigiamo quindi che il nostro modello civile, ripulito di tanti errori che pur ci portiamo dietro, sia una luce così forte davanti alla quale gli altri popoli italiani non potranno che provare rispetto.

Domà Nunch

Comitato Direttivo Nazionale

17 ottobre 2017

 
Non si può stare con Barcellona a prescindere

[L'immagine qui sopra proviene dal sito internet della Sinistra Repubblicana di Catalogna, partito della coalizione di governo "Junts pel Sì"]

Le ideologie che supportano il processo di creazione di uno Stato Catalano cavalcano simboli identitari ma si pongono in antagonismo ai valori propri delle Comunità etno-culturali europee.


Osserviamo che molti proseguono in letture politiche della questione catalana secondo quello schema per il quale ci si deve necessariamente e entusiasticamente schierare da una parte o dall’altra della barricata. Ciò avviene in modo non diverso da quando si assiste a una partita di calcio. E' un comportamento forse propri nella nostra popolazione che, guardando solo a tempi recenti, ha sempre drammaticamente giocato a dividersi tra fascisti e comunisti, socialisti e democristiani, destra e sinistra, leghisti e anti-leghisti… Ius Soli contro Ius Sanguinis!

Noi di Domà Nunch, data la nostra “ragione sociale”, abbiamo sempre preferito analizzare le situazioni della politica cercando di prevedere se esse siano o meno favorevoli al nostro popolo e al nostro territorio.

Per questo, le pregiudiziali di coloro che negano l'esistenza di un’identità catalana (sia essa storica, etnica, linguistica…) ci lasciano indifferenti. Osserviamo che i processi di costruzione nazionale sono necessariamente dinamici e la realtà dei fatti - che piaccia o no - è che in Catalogna milioni si riconoscono irreversibilmente in elementi simbolici unificanti e, probabilmente, anche in valori precipui: e su questo punto torneremo. Allo stesso modo non possiamo che stigmatizzare gli interventi polizieschi di Madrid: non perché di per sé illegittimi, ma perché controproducenti e sintomo di una strategia perlomeno miope se non incomprensibile.

Leggiamo invece in maniera molto rischiosa la piega che la parte più visibile dell’indipendentismo catalano ha recentemente resa esplicita, ossia l'adesione (spontanea o eterodiretta?) ai disvalori della globalizzazione estrema e fanatica. Che interesse potremo avere noi Insubri, Lombardi e Italiani nella creazione di uno Stato Catalano qualora esso diventasse - come probabilmente è già - il “paradiso” del liberismo, del demo-cristianesimo, della socialdemocrazia mondialista, così ben rappresentati nella “Junts pel Sí” e dal governatore Carles Puigdemont? Per noi, quale differenza passa tra una Catalogna indipendente di centro-sinistra, la Spagna di centro-destra dei Popolari di Mariano Rajoy o il Partito Democratico italiano? Non supportano tutti quell'Unione Europea che vorrebbe i suoi aderenti sempre più permeabili ad ogni imposizione sovranazionale, privi di diversità e ostili al radicamento? In questa schiera, possiamo perlomeno registrare come il governo di Madrid abbia tenuto posizioni ben diverse circa la gestione flussi migratori rispetto alla propria controparte di Barcellona, che ha invece promosso attivamente l’accoglienza incondizionata.

Qualche anno fa Domà Nunch auspicava che la Catalogna accelerasse il proprio processo di indipendenza proprio per dare il via a un processo di  disgregazione dell’Unione Europea e divenire "faro" di una nuova alleanza tra popoli liberi, all'interno della quale poter restaurare Comunità autentiche e slegate dagli organismi internazionali nemici dell’Europa. Ciò non è avvenuto, perché, come temevamo e già affermavamo, l’ideologia mondialista e progressista aveva i suoi tentacoli ben piantati a Barcellona per mezzo della sinistra catalana. Essa, imbevuta di quei pregiudizi antispagnoli a noi estranei, si è infine rivelata per quella che è: una forza sostenitrice dell’invasione del continente da parte di extra-europei e cane da guardia del regime tecnocratico e finanziario di Bruxelles. Se Barcellona capitale intende divenire l’esempio compiuto e legittimato della vittoria delle generazione Erasmus e Bataclan, dei Millennials alienati e sradicati, della Grande Sostituzione per mano di masse di migranti economici… bene, essa non potrà essere nostra amica.

Pertanto, secessioni e indipendenze devono e possono essere strumenti efficaci solo se utilizzate per ristabilire i valori del bene comune e della Res Publica; qualora piuttosto siano strumenti nelle mani dei nostri avversari, come potremmo guardarle con favore? Come abbiamo sempre affermato, è un grave errore sostenere l'indipendentismo sempre e comunque, senza tenere conto delle realtà politiche attuali né degli equilibri. Le alleanze vanno ricercate laddove vi siano interessi convergenti e visioni del mondo affini o almeno non del tutto divergenti. Sarà un piacere essere smentiti, ma non ci sembra che il progetto catalano intenda edificare uno Stato portatore di una visione del mondo econazionale.

In fondo, l'indipendenza, se deve essere ricercata, deve esserlo prima di tutto per riaffermate i valori e, solo in conseguenza di essi, i confini rispetto a quell’entità statuale che tali valori tradisce: l'indipendenza non può essere un fatto da celebrare in quanto fine a sé stesso. Così fecero gli Stati Confederati in America settentrionale, che, dichiarandosi altro rispetto all’Unione, intendevano confermare alcuni principi originari (quelli concepiti a loro volta al momento della Dichiarazione di Indipendenza dalla Corona Inglese) non tanto per escludere gli altri Stati, ma cercando in realtà di includerli.

Tornando a noi, vedremo ben presto se la sinistra mondialista vorrà mettere le mani anche sulle tensioni autonomiste di Lombardia e Veneto o preferirà la strategia di ostacolarne la rinascita.

-27 settembre 2017-

 
Se i nostri boschi ci chiedono di tornare Sovrani

Noi di Domà Nunch, insieme agli amici e alle associazioni che hanno condiviso tratti della nostra storia, ci siamo da sempre occupati di questioni ecologiche in relazione al territorio in cui abitiamo. Per anni abbiamo auspicato iniziative politiche sempre più efficaci per la tutela delle aree agricole e boschive d’Insubria: veniamo da un mondo trasformato da decenni di urbanizzazione e abbiamo osservato l’edilizia e le superstrade consumare pezzi della nostra identità, l’inquinamento corrompere le acque di fiumi e torrenti, i rifiuti accumularsi sotto le foglie autunnali, la qualità dei boschi svilirsi per l’incuria e l’abbandono.

Il nostro ecologismo nazionale ci ha ispirato nel desiderio che tutto il territorio lombardo sia protetto dalla cementificazione, valorizzato e studiato; che quei territori già inclusi nei Parchi Regionali mantenessero la loro sacralità e addirittura fossero migliorati nei loro aspetti naturalistici. L’istituzione di queste aree protette ha effettivamente dato i suoi frutti, pur con una gamma diversificata di risultati, tutti però incoraggianti. Se non si fossero posti dei limiti allo sviluppo urbano, esso avrebbe di certo intaccato aree che oggi fortunatamente sono ancora boschive; la caccia è stata regolamentata con modalità più adeguate alla necessità di conservazione di ecosistemi già troppo infragiliti; l’agricoltura e la silvicoltura locale sono sopravvissute, pur rinnovate nelle loro forme, quando rischiavano di essere annullate dall’attrazione totale esercitata dalla richiesta di manodopera industriale; e, nonostante il devastante impatto di alcune “grandi opere”, come l’ampliamento di Malpensa e le nuove autostrade, l’Insubria riesce ancora a detenere degli ambiti di biodiversità di grande valore.

Recentemente, tali sforzi di conservazione e miglioramento si scontrano non solo con i consueti interessi economicisti, ma anche con un fenomeno ben più preoccupante, che è la presenza di insediamenti stabili della malavita in alcune zone forestali, in particolare nell’Alto Milanese.

Non è una novità che i nostri boschi siano stati, sin dall’età medievale, luogo di rifugio di briganti e sbandati: nella Selva Longa di Gallarate - oggi quasi estinta – i viaggiatori furono presi di mira sino all’Ottocento; le Groane sono tristemente ricordate come il cimitero dei malviventi indigeni e meridionali nei decenni a noi poco lontani. Le notizie e le osservazioni degli ultimi mesi, però, ci mostrano una realtà diversa e ancor più pericolosa. Lo spaccio di droga nel Parco Groane è gestito da stranieri, principalmente nord-africani, che hanno preso stabilmente possesso di terreni in prossimità delle stazioni ferroviarie. Il più grande “supermarket dell’eroina” del Nord Italia, è stato definito, ma soprattutto una vasta zona cui nessuno può avvicinarsi, come dimostrato dai video pubblicati in rete alcune settimane fa. Se i Carabinieri non riescono a pattugliare in modo permanente, i malavitosi controllano l’area in modo quasi militare; chiedono l’esibizione di un documento di identità all’ingresso, come se si entrasse in uno stato estero.

Una situazione simile, se non peggiore, è a Rogoredo, a sud-est di Milano, ma anche in numerose altre località dell’hinterland. Nel Parco della Pineta di Appiano Gentile e Tradate, da anni prosegue il passaggio di auto che accostano depositando e raccogliendo droga, fenomeno che si accompagna alla prostituzione gestita dalla mafia nigeriana.

Molte nostre Comunità stanno sottovalutando la pericolosità di queste situazioni. Non si tratta più di pochi sbandati che cercano di occultarsi nei boschi per compiere i loro affari: esistono organizzazioni che hanno preso possesso di territori limitanei e poco frequentati, sostituendosi, de facto, alle istituzioni locali e alla proprietà privata. Costoro hanno compiuto il più grave dei reati, ossia aver invaso i nostri confini. Non solo quelli nazionali, ma anche quelli più domestici e intimi, i nostri terreni, i nostri boschi, quelli che gli Antenati hanno lavorato e migliorato per generazioni.

Una donna settantenne, alcuni giorni fa, è stata intimata da uno straniero di allontanarsi, perché raccoglieva fiori in un terreno delle Groane, dove non vige più il nostro Diritto. «Non posso coltivare in solitudine i miei boschi e miei prati», scriveva la figlia nel raccontare la notizia.

Per noi econazionalisti, esiste una sola soluzione al problema: fuori tutti. Abbiamo pazientato oltremodo: di accoglienza ne è stata data a sufficienza, e troppi ne hanno approfittato. Non è più tempo per distinguere tra buoni e cattivi, tra integrabili, migranti economici e rifugiati. Quando è in gioco l’integrità sacra della nostra Terra non si può più scherzare. Se le “forze dell’ordine” dello Stato italiano non riescono a eliminare gli insediamenti criminali stranieri nei territori dei nostri Comuni, che lo affermino; se la politica locale e regionale non ha gli strumenti per ripristinare il Diritto, che lo dica. Si trarranno le debite conseguenze.

Questa Terra, per gli antichi legami che sacralmente sono stati intrecciati tra essa e il Popolo, non può essere abbandonata: abbiamo il dovere di proteggere ogni zolla di casa nostra; le nostre foreste, i nostri campi, che tanto sudore hanno raccolto e altrettanti frutti hanno donato, ci chiedono di tornare Sovrani.

E non siamo soli un questa battaglia. L’applicazione dei giusti principi ecologici attuata negli ultimi decenni ha permesso il ritorno in Insubria di animali scomparsi da secoli, che portano con sé la materializzazione di archetipi intimamente legati a noi Europei: il cinghiale, il lupo e finanche il cervo, simbolo del Sole, della Luce e della Regalità cui dobbiamo finalmente ispirarci per cancellare l’invasione dei popoli della morte.

31 agosto 2017.

 
Domenica 18 giugno: i libri "Paesi scomparsi d'Insubria" e "Milano celta" a Saronno (VA).
La prossima domenica, un nuovo appuntamento con la nostra identità. Presentiamo due volumi, con i rispettivi autori, dedicati ad aspetti poco conosciuti del territorio milanese e insubre.

Gianluca Padovan, con "Milano celta: le tre fortezze" raccoglie e analizza numerosi dati storici, archeologici e architettonici, andando a scoprire le radici preromane della metropoli: tre antiche strutture fortificate che, pur essendo state sotto gli occhi di tutti, sono state studiate e comprese dall'autore. In particolare, l'impronta di un dunum nella zona di Porta Ticinese, che ha aperto nuove strade per la comprensione delle origini di Milano.
Matteo Colaone, con "Paesi scomparsi d’Insubria. Wüstungen medievali tra Milano, Adda e Ticino" affronta invece la storia medievale portando a casa nostra un tipo di studio interdisciplinare già sperimentato all'estero, ma ben poco in Italia, ossia la ricerca dei villaggi abbandonati e distrutti. Esaminando le fonti e la topografia, Colaone individua quasi un centinaio di paesi che esistettero secoli fa proprio nel nostro territorio, oggi iperurbanizzato e sempre più difficile da “leggere”.
Due saggi di particolare importanza, che stimoleranno nel pubblico il miglioramento della conoscenza del nostro passato e idee per costruire un nuovo futuro.
Domenica 18 giugno 2017, dalle ore 21
Storia, identità e territorio
Intervengono:
Gianluca Padovan, autore del libro "Milano celta. Le tre fortezze."
Matteo Colaone, autore del libro "Paesi scomparsi d'Insubria"
c/o Villa Gianetti
via Roma, 20
SARONNO (VA)
I libri saranno disponibili durante la serata. Vi aspettiamo numerosi.

 
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