La questione della lingua insubre arriva a Breslavia

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I nostri lettori ricorderanno l’intervista al prof. Piotr Chruszczewski, linguista dell’Università di Breslavia (Wroclaw) in Polonia, apparsa sullo scorso numero. Chruszczewski sta iniziando una ricerca sullo stato delle lingue d’Insubria e in particolare sul milanese. Il 22-23 maggio appena passati, l’università della città polacca ha organizzato il convegno internazionale Languages in Contact (Lingue in contatto), dedicato all’approfondimento dei fattori che  determinano l’origine e la scomparsa delle lingue minoritare e allo studio degli aspetti ecologici, antropologici ed etnografici degli idiomi. I nostri Lorenzo Banfi e Matteo Colaone sono stati invitati a presentare un intervento a nome di “Domà Nunch”, dedicato alla situazione del milanese e delle sue varianti. Purtroppo, l’esiguità di fondi dell’associazione non ha permesso ai nostri rappresentanti di essere fisicamente presenti al convegno.

Nondimeno, il testo è stato consegnato al prof. Chruszczewski che ne ha dato lettura durante i lavori.

Vi proponiamo la traduzione in italiano dello stesso, essendo l’originale in inglese. Riteniamo che quest’avvenimento rappresenti un importante riconoscimento per il lavoro e le idee di “Domà Nunch”, ma soprattutto uno schiaffo morale a quanti ancora non hanno capito l’importanza
e l’urgenza di salvare la nostra lingua madre.

 

 

L'insubre (o milanese) come lingua. Una lingua è uno strumento perfetto che permette al popolo che la parla di descrivere la propria realtà, la sua cultura, il suo ambiente. Non esistono lingue migliori di altre e non esistono lingue superiori. Proprio perché ogni idioma serve a chi lo parla per esprimere ciò che è e da dove viene, ovvero la propria Storia. La lingua è peculiare di un popolo: certo, può essere esportata,  imposta, ma laddove arriverà, essa si adatterà alla cultura che la riceve e a sua volta la modificherà. La lingua, in definitiva, è un elemento essenziale per definire la natura di un popolo. A questo proposito va premesso che l’italiano non è una lingua nazionale (intesa come la lingua dello stesso popolo-nazione) ma “solo” la lingua ufficiale dello Stato italiano, come lo è l’inglese in India. L’italiano identifica in realtà un insieme di genti che hanno avuto, e hanno ancora oggi, storia, cultura e percorsi diversi. Al di là di un giudizio sulla modalità storica, arrogante, massonica e imperialista che ha caratterizzato il cosidetto Risorgimento, è opportuno ricordare che alla nascita dello Stato (non-nazione) italiano, la lingua italiana era parlata dal 3% circa della popolazione della Penisola. Questo non perché vi fosse ignoranza diffusa, ma semplicemente perché - a cominciare dai famosi “padri della patria” - si parlava francese, piemontese, ladino, milanese, veneto, ligure, emiliano, romagnolo… ma non l’italiano. Va evidenziato come la divisione tra lingua e dialetto sia del tutto arbitraria o quantomeno opinabile. La lingua milanese viene infatti comunemente chiamata “dialetto” tuttavia, sebbene oggi sia invalsa la connotazione spregiativa del termine dialetto, ciò è dovuto a forme di propaganda locale, più che a reali criteri scientifici. Un dialetto si differenzia da una lingua solo per il fatto che quest’ultima ha una forza contrattuale determinata da strumenti politici e militari. Dopo la Rivoluzione francese, con l’avvento degli stati giacobini, la grammatica è diventata uno strumento di potere che permette, in primo luogo attraverso la scuola, di cancellare o promuovere identità e, in ultimo, attraverso la televisione, un'omologazione spesso autoriducente e denigratoria, giustificata dalla necessità di essere mezzo più democraticamente fruibile da tutti. È forse superfluo ricordare il modo in cui i regimi hanno da sempre uniformato anche con la forza le differenze. Chiari esempi li abbiamo in Francia, con il bretone e il corso, e nell’Italia del Ventennio. Mentre più organizzato è stato il progressivo allontanamento dalle parlate locali a partire dal dopoguerra nel nome di una supposta crescita culturale, quasi che gli idiomi storici fossero qualcosa di barbaro da estirpare. D’altronde la lingua, negli odierni “stati-nazione”, è proprio uno strumento di imposizione culturale. A queste logiche non sfugge, ovviamente, il cosiddetto lombardo occidentale o, meglio ancora, l’insieme delle parlate insubri, di cui il milanese è la variante principe. Per anni considerata alla stregua di vernacolo da barzelletta ed esclusa da qualsiasi àmbito scolastico, si può ben dire che la lingua milanese versa oggi in condizioni quantomeno precarie, tanto che, nel giro di un paio di generazioni, potrebbe scomparire del tutto. Il passaggio è peraltro logico: c’è ancora una generazione che la capisce e la parla, la generazione successiva si limita a comprenderla ma non ad utilizzarla e l’ultimo stadio (che ci si augura non arrivi) potrebbe corrispondere alla morte – l’ennesima – di una lingua millenaria. Attualmente la situazione è aggravata dal fatto che, a causa della naturale frammentazione delle sue parlate, l’insubre non ha una normalizzazione grafica riconosciuta. Ciò per diversi motivi, fra i quali l’acceso campanilismo che frena una proficua uniformazione delle grafie, oggi tante quasi quanti sono gli scriventi, e la mancanza di impegno da parte delle istituzioni in questo senso. Ciò costituisce un grave handicap anche per un eventuale inserimento come materia scolastica, che già soffrirebbe della mancanza di insegnanti qualificati. Occorrono quindi scelte coraggiose da parte dei pochi opinion leader che operano nel campo cosiddetto dialettale per mettere immediatamente da parte i perniciosi particolarismi (che pure meritano di essere tutelati a livello locale) che non devono più ostacolare l’uniformazione dei tratti condivisi dalle parlate insubri.

La questione della grafìa. Secondo “Domà Nunch” la proposta più logica – e più facilmente perseguibile – consiste nell’adozione del milanese scritto nella sua grafìa tradizionale come inteso già dal Cherubini, cioè nella sua accezione più ampia di lingua dell’antico Ducato di Milano. Ciò in quanto la grafìa milanese classica si presta ottimamente alla scrittura di testi non solo in meneghino ma anche in tutte le sue varianti locali. Questo primo passo innescherebbe un meccanismo,  già verificatosi in passato per altre lingue, come il nederlandese, di inclusione nel lessico di termini derivanti da tutte le varianti locali, a seconda del loro impiego più o meno esteso. Un processo spontaneo e inevitabile, purché vi sia la volontà politica di iniziare un discorso serio in tal senso. Diversamente il rischio concreto è che, a furia di voler far leva pervicacemente sulle differenze tra le parlate, si finirà per non parlarne più nessuna, condannando così un intero popolo al suicidio culturale.  Certo esiste l’obiezione che, oggi come oggi, non vi è una lingua unitaria definibile come insubre o, per utilizzare la versione scientifica ISO, lombardo occidentale. E c’è di più: ogni campanile insubre è geloso delle sue specificità, delle sue differenze.

Non è necessario parlare delle differenze di parlata tra novaresi, ossolani, comaschi, monzesi o pavesi. Le differenze vengono ostentate tra villaggio e villaggio. E se non esiste una lingua insubre, bisognerà costruirla partendo dalle parlate locali? Forse sarebbe illuminante ripercorrere la storia e vedere come alcune lingue siano diventate lingue nazionali, spesso utilizzate da popoli, con differenze storico culturali e linguistiche ben più marcate.
Quasi mai una lingua diventa lingua di un popolo con artifici prodotti a tavolino mettendo insieme gli idiomi locali e costruendo una lingua che vada bene a tutti. Ad esempio, il catalano moderno non è che il dialetto parlato nella città più grande e che vanta la maggior produzione letteraria della regione, vale a dire Barcellona. Ovviamente al suo interno vi sono gli apporti di altre parlate locali, ma questo è inevitabile. Ogni lingua influenza i parlanti ma ne è a sua volta influenzata. D’altronde lo stesso italiano parlato nel nord Italia è diverso da quello parlato nel sud… Esistono perciò processi storici ben definiti che portano all’affermazione di una lingua  in un determinato contesto, e di questo occorre essere coscienti.

L’insubre dunque non esiste?. Forse no, ma in Insubria esiste una lingua che ha avuto una vasta diffusione in passato e che ha avuto e ha tuttora una certa produzione letteraria. Che ha una grammatica, che ha una sua letteratura, una sua storia e una sua specifica evoluzione: si tratta del milanese, nella sua dimensione più ristretta, se si vuole, cioè quella cittadina. Senza dimenticare che per “milanese” a lungo si è intesa la lingua rappresentativa di tutto il territorio ducale, il Milanesado, come lo chiamavano gli Spagnoli. Ma fu il “meneghino”, il milanese di Milano, a influenzare maggiormente la cultura locale fino a un secolo e mezzo fa. Coi suoi geniali autori, coi suoi poeti, coi suoi commediografi. Il milanese ha una propria grafìa, quella classica, irrinunciabile per mantenere il filo conduttore con i suoi grandi protagonisti del passato. Qualcuno spesso obietta che è difficile da leggere, anche per chi parla correntemente il cosiddetto dialetto. Come se si potesse leggere e scrivere una lingua senza essere alfabetizzati! Nemmeno l’italiano lo si scrive e legge se non si studiano i segni convenzionali che ne rendono possibile la riproduzione grafica! È così per qualsiasi lingua. Come potrebbe essere diversamente per il milanese?

Più nessun parlante madrelingua nel giro di qualche anno? Ciò di cui abbiamo bisogno è l’insegnamento scolastico. Questo è l’unico modo per salvare una lingua. Certo, ogni altra parlata insubre ha la stessa dignità del milanese. Ma oggi l’unica prospettiva è che le specificità e le differenze diventino presto solo studi accademici, o produzioni di nicchia, come è giusto che siano visto l’uso a volte limitato a uno o pochi villaggi. Diversamente, il panorama diventerebbe inestricabile in quanto ogni variante locale si dovrebbe dotare di un codice, di una sua grafìa, di una propria grammatica. Questo sì, sarebbe il modo per far ripiegare su se stesso ogni tentativo di recupero dell’identità; questa sì sarebbe la soluzione peggiore.

L’utilizzo di un’unica grafìa e un’unica codificazione, invece, consentirebbe comunque la produzione scritta anche delle varianti locali, con il vantaggio di permettere a tutti di leggerle correttamente. Oggi, infatti, ogni “parlante” (di lingua locale, ovviamente) che si trasforma in “scrivente” utilizza una grafìa propria: incomprensibile ai più se non a fronte dello studio della metodologia adottata dallo scrivente stesso, senza dimenticare che spesso quest'ultimo non possiede neppure le minime basi di conoscenza linguistica, fonetica e grafica ma si affida alla “sensazione” personale e soggettiva.
Oggi si tratta di salvare una cultura - quella insubre - che per quante differenze e peculiarità locali possa presentare continua a mantenere una fortissima omogeneità di fondo. Si deve, per mantenere quest’identità, compiere una scelta che superi orticelli e campanili e permetta di salvare ciò che possiamo salvare ora per trasmetterlo e rilanciarlo in futuro. Il milanese è l’unico cavallo su cui sia possibile scommettere attualmente. Non ha bisogno di artifici e soluzioni a tavolino. Salvarlo, fare in modo che sia insegnato nelle scuole, così che le nuove generazioni imparino a scriverlo e a parlarlo, seppure accostato all’italiano quale lingua franca di comune adozione, può essere l’unica chance per impedire che l’intero patrimonio storico e culturale di un intero grande popolo scompaia. Il fatto che poi il milanese diventi l’insubre può essere soltanto il risultato di un percorso storico, che ha come primo passo, appunto, la tutela di questo idioma laddove sia possibile con gli strumenti disponibili, ma, soprattutto, con la forza della volontà.

Un popolo senza la propria lingua È provato che molti sono i fenomeni storici che possono portare alla fine di una lingua. Può essere ad esempio la scomparsa della comunità parlante. In altri casi la conquista da parte di un Paese straniero che impone la lingua come strumento di potere e di asservimento, nel tentativo di cancellare l’identità del popolo conquistato senza eliminarlo fisicamente.Vi è comunque anche il caso del suicidio linguistico per ragioni geopolitiche ed economiche (come sta avvenendo per l’Irlanda e l’Olanda nei confronti dell’inglese, o come avvenne per il Ducato di Milano). Comunque avvenga, la scomparsa di una lingua significa la scomparsa di una cultura dalla storia. Ecco perché non si può fare a meno di considerare prioritaria la conservazione, meglio ancora, il rilancio della lingua madre di una determinata comunità.

La situazione di partenza in cui ci troviamo non è affatto privilegiata: eterogeneità delle zone con dialettofoni (le zone in cui si parla prevalentemente ilmilanese e/o le varianti locali sono sparse a mac-chia di leopardo sul territorio), un’immigrazione dal sud Italia massiccia, culturalmente compatta e chiusa nelle proprie radici, il ruolo negativo della televisione come principale mezzo di distruzione delle identità, politiche miopi e strumentali anche a livello regionale, sono tutte condizioni che costringono a una “partenza in salita”. È indubbio che soprattutto in una situazione di tale emergenza non si possa indugiare oltre, ma è anche vero che occorrono interventi mirati, graduali e soprattutto diversificati. È fondamentale – prima di tutto - il recupero del senso di appartenenza e identità, si potrebbe dire, con un termine importante, di una coscienza di popolo: solo conoscendo chi siamo stati e chi siamo, ed essendo orgogliosi di esserlo, indipendentemente da dove siamo nati, possiamo sapere dove andremo. La consapevolezza passa  esclusivamente attraverso lo strumento della conoscenza, il cui compito spetta non solo alle famiglie, ma anche alla scuola e agli enti locali, soprattutto se le famiglie non ne sono in grado perché prive delle conoscenze e degli strumenti adatti. L’istituzione scolastica non dovrebbe più essere così centralizzata ma molto più legata al territorio, alla scuola e agli enti locali, che avrebbero in questo momento storico grandi possibilità e contemporaneamente grosse responsabilità nel recupero dell’identità; esse dovrebbero in sinergia attuare un progetto finalizzato allo scopo.
L'Italia come killer di lingue Da questo punto di vista, quello del recupero identitario, occorre non rifuggire dalla necessità di riconoscere la giusta dignità alle parlate locali. Ma a tutte! Non solo ad alcune come succede nello Stato italiano. E l’analisi della realtà ci dice che esiste una ben precisa divisione geopolitica delle lingue, ripartita in Italia come segue:

1. regioni e zone con lingue “minoritarie” parlate come prima lingua e riconosciute con legge dello stato (zone dei walser, mocheni e cimbri, ladini
delle regioni a statuto speciale, friulani);

2. regioni con lingue parlate come prima lingua e non riconosciute (ladini delle regioni non a statuto speciale, Veneto);

3. zone con lingue parlate e non riconosciute (Insubria, Piemonte, Liguria).

Inoltre, la lingua definita internazionalmente “lombardo occidentale” – l’insubre - (rappresentata in primis dal milanese) esiste come sommatoria di specifici fattori grammaticali: l’assenza del passato remoto, il verbo avere usato nel senso di “dovere”, la forma dei pronomi personali soggetto che deriva dall’accusativo, la negazione espressa dopo il verbo, i verbi seguiti dall’avverbio sono solo alcune delle principali analogie che si riscontrano nelle lingue d' Insubria. Il fatto è che, se da un lato, il Parlamento europeo si è raccomandato in una sua risoluzione, la tutela di tutte le lingue, citando espressamente anche il milanese, il piemontese e il veneto, lo Stato italiano ha discriminato con atti politici e con leggi, lingue locali da lingue locali. Stabilendo così arbitrariamente a tavolino – con l’utilizzo di criteri privi di qualsiasi scientificità – che ci sono idiomi di serie A e idiomi di serie B, arrivando al limite assurdo di discriminare all’interno di una stessa lingua (il

ladino) norme differenti di salvaguardia; come dire che due figli nati dagli stessi genitori (ladini), per il solo fatto di abitare in due case diverse (Trentino e Veneto) godono di diritti diversi… Va da sé che appare evidente come questa situazione sia profondamente ingiusta, poiché essa nega “per legge”
la dignità di lingua a idiomi con storia e cultura millenaria, pertanto il primo passaggio ineludibile deve essere preso dalla politica.

 

Che cosa sta facendo la Regione Lombardia? L’altro versante verso il quale bisognerebbe far convergere le energie è quello culturale (legato a quello economico). Questi due fattori, uniti a quello normativo, sono alla base di qualsiasi cambiamento epocale. Ogni rivoluzione non può aver successo se prescinde da uno di questi aspetti: politica, economia e istruzione. Per quanto riguarda la cultura (e la lingua in particolare) numerosi sono gli interventi possibili:

- pubblicazioni (abbecedari di lingua locale, ma anche manuali di storia e eco-geografia);

- organizzazione di convegni e concorsi per fare il punto sulla situazione e sensibilizzare sul tema;

- corsi di formazione per insegnanti su lingua e cultura locali;

-  creazione di manifestazioni culturali divulgative per coinvolgere grandi e piccini sulla nostra cultura, da ripetere periodicamente, aggiornando di volta in volta i programmi.

Ed è proprio in quest’ottica che “Domà Nunch” ha lanciato il progetto Scòla Insubra, un’'idea che ha portato alla costituzione di un Comitato scientifico che si prefigge di sviluppare una nuova sensibilità verso la cultura locale, la lingua, la storia e l’ambiente del territorio dell’Insubria, ossia quell’area omogenea, unita da un comune passato, che dai valichi alpini si bagna nel Po, fra la Sesia e l’Adda. Nell'àmbito di un progetto collaterale, la Scòla Insubra ha organizzato anche un corso permanente di milanese a frequenza settimanale, concepito specialmente a beneficio delle giovani generazioni. Attualmente vi prendono parte una ventina di persone non madrelingua milanese, la grande maggioranza delle quali ha tra i 18 e i 30 anni d'età. Tale corso, oltre a fornire le necessarie nozioni grammaticali e lessicali, dà molto spazio alla conversazione. Tuttavia, la condivisione del proprio bagaglio di conoscenze con le scuole dell’obbligo al fine di integrare i programmi scolastici non può e non deve basarsi esclusivamente sulla passione e sul volontariato, ma deve avere solide basi organizzative.

Sebbene alcuni insegnanti e presidi di scuole abbiamo mostrato un sincero interesse nei confronti degli obiettivi della Scòla Insubra, ciò non si può dire della grande maggioranza degli appartenenti alla categoria. Proprio per tale motivo il progetto Scòla Insubra si propone innanzitutto di sensibilizzare gli organismi deputati a programmare le attività scolastiche affinché si giunga finalmente alla formazione di insegnanti in grado di svolgere una corretta e proficua azione didattica in tal senso. Molto rimane dunque da fare nella sfera politica. La Regione Lombardia, ossia la divisione amministrativa italiana nel cui territorio vive la maggioranza degli Insubri, ha recentemente ottenuto la facoltà di decidere una piccola quota dei programmi delle scuole dell'obbligo situate nel proprio territorio. Tuttavia, va detto che finora la Regione Lombardia ha dimostrato poca o nessuna volontà di impegnarsi nella direzione qui auspicata, nonostante essa sia amministrata (e questo da vari lustri) da forze politiche che hanno da sempre fatto della tutela delle identità, delle culture e delle lingue locali la propria bandiera in opposizione al governo centrale italiano.

 
 
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