Atmosfere brumose, un sinistro castello, un protagonista diabolico che terrorizza ma incanta e seduce al tempo stesso, portando le sue vittime alla fine in un'apoteosi di sangue. Tutto questo – e altro ancora – è il “Dracula” di Bram Stoker: molto più che il semplice romanzo basato su un vampiro (e il dibattito se colui che lo ispirò fu davvero il voivoda Vlad III di Valacchia oppure no è ancora aperto), il libro da quando fu stampato, nell'ormai lontano 1897, ad oggi è uno dei testi più letti di sempre. Interi filoni di altri romanzi ad esso ispirati e innumerevoli versioni cinematografiche e teatrali testimoniano una fortuna con ben pochi paragoni. Così come le traduzioni in quasi tutte le lingue di ogni latitudine.
Quasi, appunto. Perché mancava il milanese, la nobile lingua del Maggi e del Porta. A colmare la lacuna ci ha pensato il nostro Lorenzo Banfi. Il libro esce in questi giorni per i tipi dell'editore monzese Menaresta, ben noto a tutti quelli che hanno a cuore l'identità insubre e brianzola in particolare, in due edizioni: tascabile e de luxe in cento copie numerate.
Lorenzo, perché hai scelto, tra i tanti testi possibili da tradurre, il "Dracula" di Bram Stoker?
Volevo dimostrare che la nostra lingua non è un dialetto da barzelletta, utile solo a scopi folkloristici o per il cabaret. È vero, le composizioni di Davide Van de Sfroos e di Nanni Svampa -penso a Brassens – andavano nella direzione di conferire alle parlate insubri una grande dignità, ma siamo al campo della poesia, seppure in musica. Mancava qualcosa di fuori dagli schemi, qualcosa che proiettasse il milanese in un'atmosfera diversa, meno convenzionale per una lingua ostinatamente considerata un dialetto. Per questo ho pensato a Dracula, un capolavoro non solo del fantastico, ma della letteratura tout court. È uno dei libri più stampati al mondo e inoltre in alcune sue parti è terribile, ma anche epico, toccante, talvolta erotico. Ecco cosa volevo: dimostrare che la nostra lingua è in grado di descrivere qualunque situazione, fino le più inusuali per un cosiddetto “dialetto”.
Esistono legami, a qualsivoglia livello, tra questo classico e l'Insubria tale da renderlo un'opera di interesse anche per la nostra terra?
Direttamente non credo ve ne siano. Non è stato un legame di tipo culturale o di una qualche affinità con l’Insubria a muovermi. In realtà ho preferito questo romanzo proprio perché appartenente a un altro tempo e ad altri orizzonti geografici: l’Inghilterra vittoriana e i selvaggi Carpazi.
Un tema, inoltre, quello del vampiro, trattato finora solo nelle lingue ufficiali. Credo che questo renda interessante il mio lavoro di sei anni: tanto mi ci è voluto per completarlo. Doveva essere qualcosa il più distante possibile dagli argomenti trattati normalmente a livello “dialettale”.
Quali difficoltà hai incontrato nel tradurlo?
Dopo aver tradotto il “Piccolo Principe” per la Wesak di Aosta, mi sono reso conto che la traduzione è un esercizio assai diverso dal leggere. È necessario comprendere il più possibile le intenzioni dell’autore in ogni passaggio, per rendere al meglio i concetti nel riportarli in un’altra lingua.
Oltretutto, talvolta mi è stato necessario correggere le mie inflessioni dialettali - non sono di Milano città ma dell’hinterland - e cercare di variare il lessico per evitare le ripetizioni. Questo è stato abbastanza complicato perché molti termini milanesi sono oggi desueti e io non volevo fare una traduzione per dimostrare quanto è “diverso” il milanese, semmai renderlo più facilmente fruibile. Per questo, ho cercato di adattare l’uso di un milanese di provincia, più vicino a quello ottocentesco, a una parlata moderna, che non contenga troppi arcaismi, spesso usati per marcare la differenza, più che per la loro utilità. Alla fine ho avuto l’impressione di avere utilizzato una lingua che non è esattamente quella dei classici, ma una che a mio avviso coglie una trasformazione e per questo la rende viva, perché solo ciò che è morto non cambia. Questo pone l'accento inevitabilmente sull'importanza di avere una vera e propria letteratura nelle nostre lingue.
Secondo te, da questo punto di vista, è meglio tradurre o produrre?
Entrambe le pratiche sono vitali. Tradurre un classico come “Dracula” in un momento in cui i vampiri sono di moda, serve anche ad attirare l’attenzione del grande pubblico. Non credo che un romanzo originale potrebbe in questo momento avere lo stesso impatto. Sono altresì convinto che la produzione sia oramai necessaria e imprescindibile. Occorrono autori che scrivano pensando in lingua, autori di romanzi e di saggi, non solo di poesia. Il che renderebbe giustizia alla complessità e alla vitalità di una lingua ricca come poche, e per questo – e non solo – meritevole di essere preservata.
Intervista a cura di Elena Percivaldi (1973) è nata a Milano e vive a Monza. Sposata, due bimbi piccoli, è medievista, scrittrice e giornalista professionista. Collabora con varie testate tra cui “Medioevo Italiano”, “Storia in Rete”, “EuropaItalia”. Critico musicale e d'arte, ha pubblicato vari libri.
1998. Le genti bergamasche e le loro terre (con E. A. Albertoni e R. Bracalini, Provincia di Bergamo)
2003. I Celti: Una civiltà europea (Giunti, Firenze), tradotto in spagnolo e tedesco
2005. I Celti: un popolo e una civiltà d'Europa (Giunti, Firenze)
2006. Gli Ogam, antico alfabeto dei Celti (Keltia, Aosta)
2008. La navigazione di S. Brandano, traduzione, introduzione, note e commento (Il Cerchio, Rimini), vincitore del Premio Italia Medievale 2009
2009. I Lombardi che fecero l'impresa (Àncora Editrice, Milano)
È membro della Società Storica Lombarda, della Società Friulana di Archeologia, dell'AISSCA - Associazione italiana per lo studio dei santi, dei culti e dell'agiografia, dell'I.I.C.E. - Istituto Italiano per la Civiltà Egizia, dell'Associazione Italiana Critici Musicali e dell'AICA - International Association of Art Critics.
Dracula è stato tradotto da Lorenzo Banfi (1963) è nato a Solaro. Diplomato in chimica industriale, è anche scultore orafo, barman, rievocatore storico, attivista politico e religioso. Sin da giovanissimo si è occupato di studi religiosi, poi delle culture dei popoli celto-germanici e dei nativi americani. A metà degli anni Novanta è tra i fondatori dell'associazione culturale “Terra Insubre”, una delle prime realtà nello studio e nella promozione della storia e della cultura d’Insubria.
È autore di diversi articoli e relatore in numerosi convegni. Per alcuni anni divulga sue conoscenze anche in veste di conduttore della trasmissione Ritorno al Bosco, presso una nota radio milanese. Fra le sue pubblicazioni, la traduzione in milanese dei carmi eddici Havamal e Völuspa (2000), de Il Piccolo Principe (2001) e il romanzo Il Bardo (2002). Nel 2005 è tra i fondatori dell'associazione “Domà Nunch”, di cui ricopre oggi la carica di Presidente. Attualmente gestisce una piccola osteria tipica tra il Milanese e la Brianza, dove promuove la tradizione gastronomica locale ed eventi culturali legati al territorio.
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