Doma Nunch

 
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Se i nostri boschi ci chiedono di tornare Sovrani

Noi di Domà Nunch, insieme agli amici e alle associazioni che hanno condiviso tratti della nostra storia, ci siamo da sempre occupati di questioni ecologiche in relazione al territorio in cui abitiamo. Per anni abbiamo auspicato iniziative politiche sempre più efficaci per la tutela delle aree agricole e boschive d’Insubria: veniamo da un mondo trasformato da decenni di urbanizzazione e abbiamo osservato l’edilizia e le superstrade consumare pezzi della nostra identità, l’inquinamento corrompere le acque di fiumi e torrenti, i rifiuti accumularsi sotto le foglie autunnali, la qualità dei boschi svilirsi per l’incuria e l’abbandono.

Il nostro ecologismo nazionale ci ha ispirato nel desiderio che tutto il territorio lombardo sia protetto dalla cementificazione, valorizzato e studiato; che quei territori già inclusi nei Parchi Regionali mantenessero la loro sacralità e addirittura fossero migliorati nei loro aspetti naturalistici. L’istituzione di queste aree protette ha effettivamente dato i suoi frutti, pur con una gamma diversificata di risultati, tutti però incoraggianti. Se non si fossero posti dei limiti allo sviluppo urbano, esso avrebbe di certo intaccato aree che oggi fortunatamente sono ancora boschive; la caccia è stata regolamentata con modalità più adeguate alla necessità di conservazione di ecosistemi già troppo infragiliti; l’agricoltura e la silvicoltura locale sono sopravvissute, pur rinnovate nelle loro forme, quando rischiavano di essere annullate dall’attrazione totale esercitata dalla richiesta di manodopera industriale; e, nonostante il devastante impatto di alcune “grandi opere”, come l’ampliamento di Malpensa e le nuove autostrade, l’Insubria riesce ancora a detenere degli ambiti di biodiversità di grande valore.

Recentemente, tali sforzi di conservazione e miglioramento si scontrano non solo con i consueti interessi economicisti, ma anche con un fenomeno ben più preoccupante, che è la presenza di insediamenti stabili della malavita in alcune zone forestali, in particolare nell’Alto Milanese.

Non è una novità che i nostri boschi siano stati, sin dall’età medievale, luogo di rifugio di briganti e sbandati: nella Selva Longa di Gallarate - oggi quasi estinta – i viaggiatori furono presi di mira sino all’Ottocento; le Groane sono tristemente ricordate come il cimitero dei malviventi indigeni e meridionali nei decenni a noi poco lontani. Le notizie e le osservazioni degli ultimi mesi, però, ci mostrano una realtà diversa e ancor più pericolosa. Lo spaccio di droga nel Parco Groane è gestito da stranieri, principalmente nord-africani, che hanno preso stabilmente possesso di terreni in prossimità delle stazioni ferroviarie. Il più grande “supermarket dell’eroina” del Nord Italia, è stato definito, ma soprattutto una vasta zona cui nessuno può avvicinarsi, come dimostrato dai video pubblicati in rete alcune settimane fa. Se i Carabinieri non riescono a pattugliare in modo permanente, i malavitosi controllano l’area in modo quasi militare; chiedono l’esibizione di un documento di identità all’ingresso, come se si entrasse in uno stato estero.

Una situazione simile, se non peggiore, è a Rogoredo, a sud-est di Milano, ma anche in numerose altre località dell’hinterland. Nel Parco della Pineta di Appiano Gentile e Tradate, da anni prosegue il passaggio di auto che accostano depositando e raccogliendo droga, fenomeno che si accompagna alla prostituzione gestita dalla mafia nigeriana.

Molte nostre Comunità stanno sottovalutando la pericolosità di queste situazioni. Non si tratta più di pochi sbandati che cercano di occultarsi nei boschi per compiere i loro affari: esistono organizzazioni che hanno preso possesso di territori limitanei e poco frequentati, sostituendosi, de facto, alle istituzioni locali e alla proprietà privata. Costoro hanno compiuto il più grave dei reati, ossia aver invaso i nostri confini. Non solo quelli nazionali, ma anche quelli più domestici e intimi, i nostri terreni, i nostri boschi, quelli che gli Antenati hanno lavorato e migliorato per generazioni.

Una donna settantenne, alcuni giorni fa, è stata intimata da uno straniero di allontanarsi, perché raccoglieva fiori in un terreno delle Groane, dove non vige più il nostro Diritto. «Non posso coltivare in solitudine i miei boschi e miei prati», scriveva la figlia nel raccontare la notizia.

Per noi econazionalisti, esiste una sola soluzione al problema: fuori tutti. Abbiamo pazientato oltremodo: di accoglienza ne è stata data a sufficienza, e troppi ne hanno approfittato. Non è più tempo per distinguere tra buoni e cattivi, tra integrabili, migranti economici e rifugiati. Quando è in gioco l’integrità sacra della nostra Terra non si può più scherzare. Se le “forze dell’ordine” dello Stato italiano non riescono a eliminare gli insediamenti criminali stranieri nei territori dei nostri Comuni, che lo affermino; se la politica locale e regionale non ha gli strumenti per ripristinare il Diritto, che lo dica. Si trarranno le debite conseguenze.

Questa Terra, per gli antichi legami che sacralmente sono stati intrecciati tra essa e il Popolo, non può essere abbandonata: abbiamo il dovere di proteggere ogni zolla di casa nostra; le nostre foreste, i nostri campi, che tanto sudore hanno raccolto e altrettanti frutti hanno donato, ci chiedono di tornare Sovrani.

E non siamo soli un questa battaglia. L’applicazione dei giusti principi ecologici attuata negli ultimi decenni ha permesso il ritorno in Insubria di animali scomparsi da secoli, che portano con sé la materializzazione di archetipi intimamente legati a noi Europei: il cinghiale, il lupo e finanche il cervo, simbolo del Sole, della Luce e della Regalità cui dobbiamo finalmente ispirarci per cancellare l’invasione dei popoli della morte.

31 agosto 2017.

 

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